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ESPERIENZE LAVORATIVE

ESPERIENZE LAVORATIVE
PRESTAZIONI SANITARIE DI TIPO TECNICO

OPERATORE SOCIO SANITARIO

OPERATORE SOCIO SANITARIO
Qualifica professionale inferiore a quella degli infermieri nata come figura di supporto, ha mansioni simili a quelle degli IP distinte in opera coopera collabora, ma di fatto partecipa alle medesime attività e prestazioni dei preposti ed è esposto agli stessi rischi. Può operare in tutte le strutture saniatrie Aziendali, convenzionate private e come assistenza domiciliare integrata, o come libero professionista.

VOLONTARIA CRI

VOLONTARIA CRI
O.S.S. soccorritrice C:R:I. Comitato di Stardella

mercoledì 19 aprile 2017

Prevenzione alle posture abituali scorrette nell'assistenza al paziente.


In questo post verranno analizzate le posture abituali scorrette con l'indicazione delle soluzioni da attuare, per abituarci a interventi rivolti alla correzione ergonomico.posturale, necessari per affrontare interventi di assistenza al paziente, in un ambiente non costruito su misura per l'uomo.
Posture statiche e dinamiche scorrette prolungate:
  • torsioni del tronco;
  • inclinazione del tronco;
  • cifotizzazione della colonna;
  • presa distante dal corpo;
  • esecuzione di movimenti bruschi;
  • presa con una mano sola;
  • elevazione delle spalle;
  • sollevamento di peso instabile;
  • trasporto manuale di oggetti pesanti per percorsi lunghi.

Attività che comportano posture statiche prolungate:
  • prelievi o medicazioni;
  • igiene del paziente a letto;
  • trattenimento del paziente rotolato sul fianco;
  • in sala operatoria durante l'intervento, il passaggio dei ferri, il sostenere un arto del paziente, ecc..

Attività che comportano posture dinamiche prolungate:
  • rifacimento del letto;
  • trasferimento del paziente verso al testiera del letto;
  • i trasferimenti da letto a carrozzina;
  • spostamento di carrelli,l letti o barelle nelle stanze, nei corridoi e in prossimità di curve e ostacoli;
  • trasporto di oggetti con una sola mano (lenzuola, contenitori,vari, sacchi, ecc..);
  • trasferimento di oggetti posti su ripiani situati ad altezza diverse.

Torsione del tronco (spesso associata all'inclinazione).
Consiste nella rotazione del rachide sul proprio asse.
Per evitare la torsione del tronco:
  • porsi vicino e frontalmente al carico sia con i fianchi che con le spalle;
  • se la posizione del carico non è frontale modificare la base di appoggio spostando lateralmente uno o entrambi i piedi, nella direzione dell'oggetto da prelevare o da riporre;
  • utilizzare piani di lavoro mobili per poterli avvicinare il più possibile all'operatore.

Inclinazione del tronco (spesso associata alla torsione).
Consiste nell'inclinazione laterale del rachide sul proprio asse.
Per evitare l'inclinazione del tronco:
  • allargare la base d'appoggio e trasferire il peso del corpo sull'arto inferiore più vicino alla zona operativa, flettendo il ginocchio e le anche, mantenendo la schiena in asse.
  • se l'altezza del piano di lavoro è variabile posizionarlo in zona di sicurezza operativa (zona addominale).

Cifotizzazione della colonna.
Consiste in una flessione in avanti del rachide.
Per evitare di assumere posture con colonna in cifosi:
  • avvicinarsi il più possibile al carico;
  • adeguarsi al piano d'appoggio flettendo le ginocchia;
  • mantenere la colonna in asse.

Estensione della colonna.
Consiste in un movimento di estensione all'indietro del rachide.
Per evitare di assumere posture con colonna in estensione:
  • flettere le ginocchia e avvicinarsi sempre al carico;
  • utilizzare la scala se il carico da movimentare è disposto su ripiani alti;
  • per eseguire il trasferimento di un peso all'indietro utilizzare gli arti inferiori, evitando l'inarcamento della schiena;
  • avvicinare il carico disposto  su ripiani profondi al proprio corpo per scivolamento, prima di sollevarlo.

Presa con una mano sola.
Utilizzo di un solo arto nel sollevamento/trasporto di materiale.
Per evitare di effettuare la presa con una sola mano:
  • avvicinare l'oggetto da movimentare alla zona addominale, sostenendolo con ambedue le braccia.

Esecuzione di movimenti bruschi.
Consiste nell'attuazione di movimenti improvvisi ed eccessivi nel sollevare, spingere o trainare un carico.
Per evitare movimenti bruschi:
  • sollevare, spingere o tirare utilizzando il movimento delle gambe e delle braccia, non delle spalle e della schiena.

Elevazione delle spalle.
Consiste nell'utilizzo delle spalle e della schiena per sollevare un carico.
Per evitare l'elevazione delle spalle:
  • avvicinarsi con il corpo al carico, afferrarlo tenendo le braccia flesse, con i gomiti aderenti al tronco ed utilizzare l'estensione delle gambe per effettuare il sollevamento, non utilizzare spalle o schiena.

Trasporto manuale di oggetti pesanti per percorsi lunghi.
Utilizzare carrelli.

CONDIZIONI PER UNA CORRETTA MOVIMENTAZIONE.
Mantenere il fisico in buone condizioni.Le buone condizioni fisiche sono uno dei fattori necessari per lavorare in sicurezza.
Mantenere il peso forma. L'aumento di peso aumenta la compressione sui dischi vertebrali e l'affaticamento dei muscoli della schiena. Riportare il peso ai valori normali riduce i rischi di lesioni.
Utilizzare le tecniche giuste. La meccanica del nostro corpo consente di assumere posture corrette per eseguire compiti specifici. Non assumere posture rigide, ma coordinate nei movimenti.
Adottare una buona condizione di equilibrio. Linea di gravità all'interno della base di appoggio; centro di gravità basso; base di appoggio sufficientemente ampia con piedi divaricati, paralleli o uno anteriore all'altro; base di appoggio piccola. l'equilibrio risulta instabile
Mantenere sempre la schiena in asse e le ginocchia flesse.
Lo spazio richiesto per la movimentazione deve essere sufficientemente ampio in relazione a: la corretta postura del corpo e degli arti inferiori dell'operatore; l'ingombro dell'oggetto da sollevare e l'ausilio necessario al suo sollevamento.
La presa deve essere corretta , con sufficiente spazio per al disposizione della dita e del palmo delle amni anche con eventuale utilizzo di guanti.
I sollevamenti devono essere sempre svolti ad altezze comprese tra cm 60 e 150, livelli corrispondenti alle nocche e alle spalle del lavoratore. I sollevamenti a livello superiore vanno evitati.
Durante le posture dinamiche.
Se si sollevano 20 kg a schiena flessa e ginocchia diritti, i dischi vertebrali subiscono una compressione di circa 380 kg/cm2.
Se si sollevano 20 kg a schiena flessa e ginocchi diritti e si è costretti a mantenere il carico distante dal corpo, i dischi vertebrali subiscono una compressione anche superiore a 650 kg/cm2, limite pericoloso che non deve essere mai superato.

Durante le posture statiche.
Assumere posture fisse per periodi lunghi può alterare il trofismo del disco, che dal punto di vista metabolico inizia a soffrire.Nel corso degli anni i continui stress meccanici finiscono per agire negativamente sul trofismo e sulla struttura sino a causare le patologie citate in precedenza.

Regole fondamentali:
  • conoscere il peso da sollevare;
  • conoscere la propria capacità fisica e i propri limiti;
  • concentrarsi sull'operazione da eseguire;
  • comunicare sempre e chiaramente con i colleghi per il raggiungimento dell'obiettivo;
  • adottare le istruzioni operative corrette.

lunedì 17 aprile 2017

Cenni di anatomia per una corretta movimentazione dei carichi e dei pesi.

LA COLONNA VERTEBRALE.
Il rachide, visto lateralmente, presenta tre curve fisiologiche: lordosi cervicale, cifosi dorsale e lordosi lombare.
E' composto da 33 o 34 vertebre, separate sa dischi intervertebrali, mantenuti insieme da una serie di legamenti: legamento longitudinale anteriore, posteriore, i legamenti sovraspinosi e quelli interspinosi.
Le vertebre sono composte da una parte anteriore, il corpo vertebrale, che ha funzione di sostegno e di assorbimento dei carichi e degli urti e da una parte posteriore articolare che serve da guida nei movimenti vertebrali.
Tra i corpi vertebrali è situato un il disco intervetebrale, che rappresenta una sistema idraulico di ammortizzazione meccanica. E' una struttura fibrocartilaginea estremamente resistente, composto da una parte interna, il nucleo polposo, più denso che impedisce alle sollecitazioni compressive di provocare un avvicinamento dei corpi vertebrali maggiore di quello consentito dal suo involucro elastico, chiamato anulus fibrosus.
Il disco è scarsamente innervato e vascolarizzato, il nucleo polposo assume liquidi dall'esterno per diffusione e , quando è integro, contiene l'80% di acqua.
I dischi costituiscono il 25% dell'intera lunghezza della colonna vertebrale (72 cm nell'uomo, 60 cm nella donna).
Con l'avanzare degli anni il loro contenuto in acqua diminuisce e la matrice mucide vien sostituita da fibrocartilagine.
La colonna poggia sul sacro, formando con esso un angolo, il cui valore ottimale è di 30°.
Ogni variazione di questo angolo ha delle conseguenze sulla colonna soprastante, per  esempio, un suo aumento, aumenterà la lordosi lombare.
Il canale vertebrale si estende per quasi tutta la colonna e serve ad protezione al midollo spinale e la caudale equina, I nervi ed i vasi passano attraverso i fori intervertebrali.
EVOLUZIONE DELLA POSTURA.
Diversi fattori partecipano all'evoluzione ed all'acquisizione della posizione eretta: il primo è la formazione della lordosi cervicale e lombare dovute al potenziamento dei muscoli erettori del rachide e del capo e al contemporaneo indebolimento della muscolatura addominale e dei flessori del capo.
La lordosi lombare è dovuta anche alla resistenza offerta all'allungamento della colonna dai flessori delle anche , i muscoli ileo-psoas.
I MUSCOLI.
La muscolatura del dorso è associata alle funzioni dell'arto supepriore, del torace, della testa e del rachide. Si estendo dal cranio fino al bacino ed ha la funzione di sostegno per la colonna vertebrale.Nello strato più superficiale riconosciamo il muscolo trapezio ed il gran dorsale.
Più profondamente ci sono i  muscoli erettori della colonna e ancora più profondamente, i muscoli spinali, gli interspinali e gli intertrasversi.
La parte anteriore del tronco è formata da muscoli addominali retti, obliqui esterni e obliqui interni.
Internamente, addossati alla colonna nella parte lombare, sono situati i muscoli psoas, che vanno ad inserirsi sul femore.
Il tetto della cavità addominale è formato dal diaframma, formazione musoclo-membranosa che separa la cavità addominale da quella toracica e s'interseca anteriormente sul margine inferiore della gabbia toracica e posteriormente sulle vertebre toraco-lombari, determinandone la tensione durante l'ispirazione.
I muscoli dell'anca e degli arti inferiori sono posteriormente: i glutei, i flessori del ginocchio (bicipite femorale, ecc..,) e, a livello della gamba, il tricipite della sura.
Anteriormente, a livello della coscia vi è il quatricipite; a livello della gamba, il tibiale anteriore, gli estensori dl piede e i peronei.

LE CAUSE DEL DOLORE.
Il dolore a carico della colonna dipende dall'irradiazione di uno o più tessuti algosensibili nell'ambito dell'unità funzionale vertebrale e/o delle strutture circostanti.
In fase statica la maggior parte delle condizioni dolorose possono essere attribuite a:
  • aumento dell'angolo lombo-sacrale e conseguente accentuazione della lordosi lombare, con sovra estensione del legamento longitudinale anteriore e avvicinamento delle faccette articolari posteriori;
  • retrazione dei muscoli delle cosce che si inseriscono sul bacino, lo bloccano in opposizione non fisiologica alterando di conseguenza l'angolo lombo-sacrale;
  • congestione della sinoviale delle articolazioni posteriori;
  • compressione delle radici nel femore di congiunzione.
In fase dinamica la produzione degli stimoli algogeni è dovuta a:
  • sollecitazioni anomali su di un rachide dovute al sostegno di un oggetto troppo pesante o eccessiva durata dello sforzo, oppure al fatto che l'oggetto è sostenuto lontano dal tronco. Quando la resistenza muscolare viene sopraffatta il carico si fa sentire sulla struttura e legamentosa dalle colonna e quando anche queste cedono lo stress si ripercuote sulle articolazioni con distrazione della capsula ricca di terminazioni dolorifiche;
  • sollecitazioni normali su un rachide anormale come nella scogliosi, in cui le faccette articolari non più simmetriche, hanno perso la libertà di escursione; i legamenti e le capsule articolari sono sofferenti per la retrazione e la diminuizione di elasticità;
  • sollecitazioni normali su un rachide impreparato a subirle, dove può verificarsi una risposta scoordinata del sistema muscolare, o quando un soggetto contrae la muscolatura paravertebrale con energia minore rispetto a quella richiesta.

LE LESIONI DEGENERATIVE DELLA COLONNA.
La degenerazione del disco.
La degenerazione del disco ha inizio con la formazione di esili fissurazioni tra le fibre connettivali dell'anulus e con la progressiva disidratazione del materiale nucleare.
Sedi elettive sono i segmenti di maggior curvatura del rachide e cioè i tratti cervicale e lombo-sacrale.
Per prevenire la degenerazione del disco è importante conservare un normale stato di nutrizione dei tessuti e la piena funzionalità dei muscoli regionali.
Bisognerà evitare l'ipertono muscolare, in quanto i muscoli contratti esercitano un effetto compressivo che riduce la capacità di imbibizione del disco, naturalmente nutrito per diffusione.
L'artopatia degenerativa.
Quando la pressione intradiscale si riduce, le vertebre si avvicinano, i legamenti longitudinali di detendono e divengono meno aderenti, permettendo così al disco di protrudere e provocare una reazione irritativa, causa di successiva formazione di osteofiti ai margini vertebrali.
Infiammazione delle articolazioni posteriori.
E' causata dall'avvicinamento vertebrale per degenerazione del disco. Porta al restringimento del canale vertebrale, in cui possono rimanere facilmente compresse le radici dei nervi spinali che emergono a quel livello.
Ernia del disco.
Corrisponde ad un'estrusione della sostanza nucleare dai limiti dell'anulus. In questo modo il nucleo di ernia nel canale spinale, determinando una compressione della radice nervosa che si traduce in dolore da irritazione meccanica che si irradia alla zona cutanea corrispondente, se interessa le fibre motorie della radice stessa, in atrofia e indebolimento dei relativi muscoli. Il dolore dopo l'erniazione è dovuto all'irrorazione del legamento longitudale posteriore, riccamente fornito di terminazioni sensitive. In base alla localizzazione dell'ernia possono essere interessati anche altri legamenti.

venerdì 14 aprile 2017

Artroscopia del polso.


L'introduzione di strumenti artroscopici sempre più piccoli e di tecniche di distrazione della caviglia , hanno incrementato il numero dell'applicazione di questo metodo.
L'esecuzione di un'artroscopia diagnostica della caviglia dovrebbe essere riservata a quei malati che non hanno risposto alle terapie comuni mediche e fisiche e soprattutto dopo che tutti gli accertamenti strumentali possibili non hanno consentito di fromulare diagnosi di solore, instabilità po rigidità di caviglia.
Il paziente viene generalmente operato in anestesia loco-regionale o spinale,e  viene spesso utilizzato il laccio alla radice dell'arto per lavorare in ischemia.
Il paziente viene posizionato su letto chirurgico supino, con reggipopplite, per ottenere una visione completa dell'interno dell'articolazione aiutandosi con un distrattore posizionato esternamente che consente, con una presa sul piede, di aumentare lo spazio in cui introdurre l'artroscopio.
Lo strumento ottico è utilizzato generalmente con un diamentro di 2,7 mm, la distensione della camera  articolare avviene attraverso l'iniezione di soluzione fisiologica introdotta per gravità o attraverso una pompa.
L'introduzione degli strumenti avviene attraverso piccole incisioni generalmente antero-mediali, antero-laterali, rispettando le strutture anatomiche tendinee vascolari e nervose. Al termine dell'intervento vengono suturate le ferite e viene applicato un bendaggio compressivo, seguirà un periodo si scarico e di riabilitazione in base al riscontro dell'artroscopia.
Questo trattamento è indicato per:
  • le lesioni da conflitto dei tessuti molli che determinano sintomi articolari di natura meccanica spesso originati da traumi;
  • presenza di bande fibrose cicatriziali o aderenza che determinano riduzione delll'articolarità della caviglia;
  • sinovite reumatoide, sinovite villonodulare;
  • corpi mobili;
  • osteofisi anteriore, lesioni condrali dell'astragalo;
  • artrosi;
  • instabilità della caviglia;
  • infezioni.
Generalmente le principali controindicazioni sono rappresentare dalle infezioni locali delle parti molli o infezioni sistemiche, oppure una grave artropatia degenerativa della caviglia, senza dimenticare l'età e le condizioni generai di salute del paziente.
Complicanze:
  • infezioni superfici, artrite settica;
  • emartri e versamento articolare;
  • trombosi venosa e embolia polmonare;
  • danne nervosi o vascolari per lesioni iatrogene di nervi o vasi;
  • fratture iatrogene per inadeguata distrazione della caviglia;
  • cicatrici cheloidee;
  • fallimento per dolore residuo;
  • dolore persistente;
  • lesioni cartilaginee iatrogene;
  • rigidità della caviglia;
  • zoppia.

Artroscopia diagnostica della caviglia.



L'introduzione di strumenti artroscopici sempre più piccoli e di tecniche di distrazione della caviglia , hanno incrementato il numero dell'applicazione di questo metodo.
L'esecuzione di un'artroscopia diagnostica della caviglia dovrebbe essere riservata a quei malati che non hanno risposto alle terapie comuni mediche e fisiche e soprattutto dopo che tutti gli accertamenti strumentali possibili non hanno consentito di fromulare diagnosi di solore, instabilità po rigidità di caviglia.
Il paziente viene generalmente operato in anestesia loco-regionale o spinale,e  viene spesso utilizzato il laccio alla radice dell'arto per lavorare in ischemia.
Il paziente viene posizionato su letto chirurgico supino, con reggipopplite, per ottenere una visione completa dell'interno dell'articolazione aiutandosi con un distrattore posizionato esternamente che consente, con una presa sul piede, di aumentare lo spazio in cui introdurre l'artroscopio.
Lo strumento ottico è utilizzato generalmente con un diamentro di 2,7 mm, la distensione della camera  articolare avviene attraverso l'iniezione di soluzione fisiologica introdotta per gravità o attraverso una pompa.
L'introduzione degli strumenti avviene attraverso piccole incisioni generalmente antero-mediali, antero-laterali, rispettando le strutture anatomiche tendinee vascolari e nervose. Al termine dell'intervento vengono suturate le ferite e viene applicato un bendaggio compressivo, seguirà un periodo si scarico e di riabilitazione in base al riscontro dell'artroscopia.
Questo trattamento è indicato per:
  • le lesioni da conflitto dei tessuti molli che determinano sintomi articolari di natura meccanica spesso originati da traumi;
  • presenza di bande fibrose cicatriziali o aderenza che determinano riduzione delll'articolarità della caviglia;
  • sinovite reumatoide, sinovite villonodulare;
  • corpi mobili;
  • osteofisi anteriore, lesioni condrali dell'astragalo;
  • artrosi;
  • instabilità della caviglia;
  • infezioni.
Generalmente le principali controindicazioni sono rappresentare dalle infezioni locali delle parti molli o infezioni sistemiche, oppure una grave artropatia degenerativa della caviglia, senza dimenticare l'età e le condizioni generai di salute del paziente.
Complicanze:
  • infezioni superfici, artrite settica;
  • emartri e versamento articolare;
  • trombosi venosa e embolia polmonare;
  • danne nervosi o vascolari per lesioni iatrogene di nervi o vasi;
  • fratture iatrogene per inadeguata distrazione della caviglia;
  • cicatrici cheloidee;
  • fallimento per dolore residuo;
  • dolore persistente;
  • lesioni cartilaginee iatrogene;
  • rigidità della caviglia;
  • zoppia.

Artroscopia del ginocchio.



L'artroscopia consiste nell'introdurre all'interno del ginocchio, attraverso una piccola incisione, uno strumento ottico collegato a una telecamera che trasmette le immagini a un monitor che può essere visto dal chirurgo, dalla staff e dal paziente stesso.
Attraverso un'altra incisione vengono introdotti gli strumenti operatori  che serviranno alla diagnosi e al trattamento delle lesioni riscontrate i fase diagnostica.
I vantaggi dell'artroscopia sono molto superiori agli svantaggi, infatti per mezzo dell'artroscopia è possibile attuare una serie di valutazioni precise dell'intreo ginocchio, provocando un minimo trauma per i tessuti molli; i tempi di recupero inoltre sono molto ridotti.
Procedura:
il paziente vien e solitamente operato in anestesia loco-regionale o spinale e viene spesso utilizzato un laccio alla radice dell'arto per lavorare in ischemia. Il paziente viene posizionato su un letto con apposito reggigamba e il ginocchio viene flesso a 90°, dopo un'accurata disinfezione della zona cutanea e il posizionamento dei telini sterili, si procede all'incisione della cute generalmente antero-laterale, attraverso questa incisione vie3ne introdotta una camicia metallica contenente uno strumento ottico a sua volta collegato ad una telecamera che trasmette le immagini  s u un monitor posizionato a lato del letto chirurgico.Per visionare meglio l'inetrno del ginocchio, attraverso la camicia metallica viene introdotta soluzione fisiologica al fine di distendere la cavità articolare.
Mediante manovre specifiche viene visualizzato l'interno del ginocchio spostando sa sonda ottica, in questo modo è possibili studiare tutte le strutture del ginocchio.
Sfruttando un'altra incisione cutanea antero-mediale si introducono gli strumenti costituiti da uncini , pinze ad presa, e strumenti motorizzati.
Al termine dell'intervento vengono suturate le ferite chirurgiche e viene bendato l'arto, la dimissione può avvenire in serata o al più tardi nella giornata successiva. Il carico sull'arto è immediato, in decima giornata vengono tolti i punti di sutura e viene suggerita la fisioterapia.

MENISCECTOMIA

All'interno del ginocchio sono presenti due menischi: mediale, laterale, la loro funzione è di stabilizzare l'articolazione e la trasmissione dei carichi, alla stabilizzazione dell'artilcolazione e alla nutrizione cartilaginea.Il menisco mediale è di forma quasi semi-circolare, mentre quello laterale è di forma circolare-
Quando il menisco subisce lesioni di carattere traumatico o degenerativo, viene posta l'indicazione alla meniscectomia artroscopica che consiste nell'asportazione della porzione lesionata del menisco.
L'intervento è rapido e l'asportazione della parte lesionata avviene attraverso strumenti particolari che vengono introdotti all'interno della cavità articolare attraverso piccole incisioni cutanee.
Non esistono controindicazioni specifiche all'esecuzione dell'intervento, se non l'età e le condizioni generali di salute del paziente.
Complicanze:

  •  infezioni superficiali, artrite settica;
  • emartri e versamento articolare;
  • trombosi venosa profonda ed embolia polmonare;danni nervosi o vascolari per lesioni iatrogene di nervi e vasi;
  • cicatrice cheloidee;
  • fallimento per dolore sul residuo meniscale;
  • dolore persistente;
  • lesioni cartilagineee iatrogene;
  • rigidità del ginocchio;
  • zoppia:


BIOPSIA SINOVIALE

L'esecuzione si una biopsia sinoviale è spesso importante per la definizione di patologia reumatologiche che, con comuni esami ematochimici, non sarebbe possibile formulare una diagnosi precisa, questo esame può anche essere fatto in anestesia locale senza utilizzare l'artroscopia. Indicata solitamente nelle monoartriti di ginocchio, nei versamenti articolari non rispondenti alla comuni terapie mediche. Non  esistono controindicazioni specifiche all'esecuzione dell'intervento se non per l'età e le condizioni generali di salute del paziente.
Complicanze:

  • infezioni superficiali, artrite settica;
  • emartri e versamenti articolare;
  • trombosi venosa profonda ed embolia polmonare;
  • danni nervosi o vascolari per lesioni iatrogene di nervi e vasi;
  • cicatrici cheloidee;
  • fallimento per dolore sul residuo meniscale,
  • dolore persistente;
  • lesioni cartilaginee iatrogene;
  • rigidità dell ginocchio;
  • zoppia.

IMPORTANZA E VALENZA DEL CONSENSO INFORMATO





IMPORTANZA E VALENZA DEL CONSENSO INFORMATO.


Un po' di storia..


La delicata problematica legata alla corretta informazione al paziente mirata ad ottenere il suo consenso preventivo al trattamento cui deve sottoporsi, è stata influenzata dall'orientamento e dalle indicazioni che il Comitato Nazionale di Bioetica ha emanato nel 1992, stabilendo che il consenso informato doveva rappresentare la legittimazione e il fondamento dell'atto medico, oltre che uno strumento fondamentale per la realizzazione dell'alleanza terapeutica, che si deve trovare anche nel codice deontologico. A livello giuridico il consenso informato è considerato reale espressione della libertà di autodeterminazione, indirizzando il paziente verso una scelta più consapevole e globale dei suoi diritti costituzionali.
Il princìpio di autodeterminazione per la propria salute di ogni individuo che si trova in territorio nazionale, è tutelato appunto nella Costituzione Italiana all'art.32.
"La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della comunità, e garantisce cure gratuita agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun modo violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.”
La libertà di disporre del proprio corpo è espressione dell'inviolabilità della libertà personale, di cui l'art,13 della Costituzione, “La libertà personale è inviolabile...”
Nonostante queste norme risalgano al 1 gennaio del 1946, data di promulgazione della Carta costituzionale, nella cultura medico-giuridica italiana il concetto di autonomia nella scelta e nell'espressione della propria volontà da parte del paziente rappresenta un evento relativamente recente. La ragione etico-morale-giuridica si può ricondurre al cambiamento nel tempo il rapporto medico-paziente che si è trasformato negli ultimi decenni da una relazione verticale, in cui il dottore assumeva ogni tipo di scelta terapeutica, a una vera e propria alleanza in cui si bilanciano le due diverse e complementari esigenze della libera scelta del paziente da un lato, e il dovere di curare del medico dall'altro.
Il privilegio della volontà del malato che trova origini precise nella nostra Costituzione, è stato “importato” negli Stati Uniti dove è stato rielaborato in concetto “informed consent” negli anni '50. Infatti il dibattito sulla necessità di informare il paziente e sul tipo di informazione da fornire, è databile al 1957, quando in una sentenza che portò in giudizio una struttura ospedaliera, ha chiaramente enunciato il principio del dovere del medico di comunicare al paziente ogni fatto necessario a formare la base di un intelligente consenso al trattamento proposto.
Tuttavia, in questa sentenza non si considerava appieno il valore e l'importanza della reale valenza del contenuto dell'informazione da fornire preventivamente, forse il problema non è ancora stato risolto ad oggi, però cominciò a porsi sul serio la questione di indivuare uno standard d'informazione ottimale, con modalità e forme tali risultare realmente comprensibili per il malato, rispettando doverosamente la correttezza e l'attendibilità scientifica dei dati riferiti.
Ponendo il malato al centro dell'attenzione si può identificare ogni persona con il suo vissuto e le sue problematiche, e adeguando l contenuto dell'informazione ad una realtà particolare e ben precisa, invece di conformarlo a uno stereotipo.Tuttavia negli anni '70 s
alcuni studiosi ritenevano che l'evoluzione del concetto di “informed consense” avesse il difetto di trasferire integralmente al paziente le scelte diagnostiche, che ha il ruolo più debole nel rapporto dualistico con il medico, in quanto il primo è il soggetto che subisce i trattamenti, mentre il seconde è colui che mette li in pratica. La prostazione psico-fisica legata alla malattia, il senso di precarietà, la paura ma anche l'incompetenza del profano di conoscenze medico-scientifiche sono tutte concause che rendono inaffidabile la scelta dell'ammalato.
Il giusto equilibrio non è stato ancora trovano, neppure negli Stati Uniti, in effetti è difficile trovare elementi comuni fra etica e diritto e che rispetti la necessità di trovare un informazione scientificamente adeguata allo stato psico-fisico, alla cultura del paziente e che rispetti la libertà e la volontà della persona alla quale ci si rivolge senza imporsi e ma indirizzando le decisioni e le scelte, nella direzione che il medico ritiene più opportune e attuabili per il benessere del proprio assistito.
Ricapitolando siamo passati da un punto di vista concettuale di un modello rapporto terapeutico basato sul paternalismo dell'antica concezione del medico come individuo dotato di poteri quasi sopranaturali che assumeva in sé la forza della conoscenze di prendere ogni decisione, ad una concezione improntata sull'autonomia decisionale assoluta del paziente, il quale determina ogni atto che lo riguarda. L'unico limite di quest'ultima impostazione è rappresentato dalla capacità di intendere e di volere del paziente, e su tale presupposto si riteneva che nessuno potesse sostituirsi a lui.
Il raggiungimento di una equa distanza di valutazione non è facilmente perseguibile né concretamente realizzabile nella realtà ospedaliera attuale. Se demandare ogni decisione al medico significa prevaricare l'ammalato, anche affidare a quest'ultimo oni singola scelta rappresenta un ingiusto impoverimento del ruolo del dottore che può trincerarsi dietro un prestampato da far firmare al paziente invece di impostare con lui un dialogo costruttivo e informativo. La realtà quotidiana ci porta a riscontrare che il proporre sterilmente il modulo di consenso per carpirne una firma come liberatoria, ormai rappresenta la tipica modalità di raccolta del consenso (anche se non si sa se e in che modo è stato realmente informato), sostenendo l'autodeterminazione inviolabile del paziente.
Riuscire a unire queste scuole di pensiero in un unico modello ragionevolmente esaudiente costituisce uno sforzo enorme che implica grande quantità di tempo, disponibilità all'ascolto e al dialogo, e capacità da parte di medico e paziente di mettersi in discussione che preferiscono entrambi delegare sempre più le scelte che riguardano la loro salute. Uno dei principali problemi che ostacola l'attività professionali dei sanitari, e di cui non si parla mai, è rappresentato dall'ottimizzazione delle risorse, umane ed economiche, piuttosto che all'attenzione al paziente.
Considerando la struttura aziendale della struttura ospedaliera, ò più opportuno parlare di “cliente” piuttosto che di paziente o ammalato. “Per quanto a tutta prima un po' sconcertante, il termine “cliente” ha, a ben guardare, una sua ragion d'essere. Esso svolge l'importante funzione di rivendicare, e con una certa forza polemica, per il malto che diviene parte di una relazione terapeutica all'interno di strutture tanto private quanto pubbliche, lo stesso ruolo attivo tradizionalmente riconosciuto agli operatori sanitari. In quanto “clienti” e non “pazienti”, i malati sono soggetti di un rapporto, almeno di principio, paritario, come lo sono le parti che nel contratto trovano l'ambito per l'incontro e per le volontà” (P. Borsellino, Bioetica tra autonomia e diritto, Zadig Editore, Milano, 1999, p.70)
Questo concetto ha notevole valenza e conferisce maggiore dignità, anche giuridica, a che soffre. Ottenere il consenso ad effettuare determinati trattamenti terapeutici non ha un importanza solo giuridica, è anche entrare in sintonia con due realtà umane, con i loro rispettivi vissuti, e comporta un investimento umano e professionale molto intenso. Il paziente o cliente, da il suo consenso o il suo dissenso a fronte della comunicazione di un certo tipo e a un certo numero di informazioni che dovrebbero essergli fornite.
Spesso però i moduli di consenso sono sintetici trattati di medicina con termini riservati solo agli addetti ai lavori e con un elenco di possibili complicanze che potrebbero verificarsi nel corso del trattamento proposto, quindi la sua completa lettura e al sua parziale comprensione farebbe desistere chiunque dal sottoporsi all'intervento o alla cura a cui si riferisce.
Dobbiamo ricordarci che ogni malato è un caso a so e le reazioni fisiche ed emotive possono essere molto diverse di fronte alla comunicazione della diagnosi e della relativa proposta terapeutica. E' implicito che comunicare al paziente una prognosi del tutto favorevole e prospettando indagini diagnostiche non fastidiose o invasive e trattamenti terapeutici facilmente gestibili, non comporta da parte di entrambi un impegno emotivo particolarmente accentuato. Diversamente l prospettiva di una malattia invalidante che progredisce più o meno lentamente, ma che comporterà significativi e duraturi cambiamenti nello stile di vita del paziente e dei suoi famigliari, implica un coinvolgimento medico/paziente umanamente più intenso e doloroso.


IL GIUSTO APPROCCIO AL CONSENSO INFORMATO.


Il primo elemento da considerare è come impostare la comunicazione, considerare l'insieme dei messaggi, verbali e non, che si scambiano i protagonisti. E' necessario progettare questa fase prima ancora di stabilire che tipo di dati e notizie fornire.
Tenere sempre presente che, mentre informare sulla patologia e sulle conseguenze della stessa spetta al medico, comunicare rientra nell'ambito di ogni rapporto interpersonale, sopratutto nella relazione di aiuto. Quindi riguarda anche il personale infermieristico e quello di supporto.
Occorre precisare che, tenendo presente la forma, il contenuto e il contesto nella quale si inserisce la relazione interpersonale e la comunicazione, non è necessaria la forma scritta e di conseguenza anche il consenso può essere espresso, revocato, o negato dopo la sua manifestazione, anche oralmente dal paziente. Ci sono però dei casi in cui è espressamente previsto dalla legge che il consenso/dissenso venga documentato in forma scritta.
Avere a disposizione una prova cartacea relativa al consenso/dissenso risultato da un atto scritto, da un punto di vista strettamente giuridico non è sufficiente, è importante dimostrare da parte del medico che le informazioni siano realmente state recepite dal paziente, in base alle sue condizioni psico-fisiche, all'età, e al grado di comprensione.
Anche se non risulta una forma cartacea il medico è tenuto a provare attraverso testimonianze di avere:
  • comunicato la diagnosi, la prognosi, le terapie, gli accertamenti diagnostici, le probabilità di guarigione, gli eventuali effetti collaterali e invalidanti di interventi chirurgici/trattamenti farmacologici;
  • di avere ottenuto il consenso da un paziente cosciente e in grado di intendere e volere e che ha pienamente compreso quanto gli è stato spiegato;
Per contro, il malato che ha sottoscritto il prestampato può provare, sempre avvalendosi di testimoni:
  • di non aver ricevuto alcuna spiegazione dal medico;
  • di non aver compreso assolutamente nulla di ciò che gli è stato detto.
Solitamente quasi sempre l'informazione viene fornita tramite moduli prestampati, dei quali viene richiesta anche una sottoscrizione per provare la loro ricezione e comprensione, ed è opportuno lasciare anche al paziente una copia analoga di sottoscrizione in cui il medico dichiara di aver fornito l'informazione e raccolto la sottoscrizione.
Meglio ancora sarebbe, al termine della spiegazione verbale e prima della della firma del malato, rilasciare il prestampato per un po' di tempo al paziente in modo che possa leggerlo e pensare con calma al da farsi, o riferire al medico eventuali dubbi e perplessità. Certamente nella perenne fretta delle corsie e nello stressante susseguirsi dei turni, questa prassi viene considerata un inutile appesantimento burocratico. Tuttavia questa considerazione non rappresenta una giustificazione in caso di contestazione con il paziente, o peggio ancora, da parte dell'Autorità giudiziaria che interviene quando la vicenda arriva in un Tribunale.


UN CORRETTO CONSENSO INFORMATO.


La verifica della volontà specifica espressa dal malato di aderire o meno ad un iter terapeutico o a un intervento chirurgico nel corso del quelle questi potrebbe subire danni o perdere la vita, diviene di enorme importanza nel valutare la responsabilità civile e penale dell'operatore sanitario.
Solo nel caso in cui il sanitario intervenga sul paziente in una situazione di emergenza, dove esiste una reale necessità di immediatezza delle prestazioni dovuta alle circostanze del momento (il soggetto è in stato di incoscienza e occorre intervenire a livello chirurgico), si ritiene che il consenso del paziente all'intervento o alla terapia sulla persona non sia indispensabile per poter escluder un eventuale responsabilità dell'operatore.
Come abbiamo detto il consenso non può limitarsi ad una semplice adesione ad uno stampato indicato dal medico. Per essere ritenuto espresso in modo valido, deve essere preceduto da un esaudiente spiegazione al paziente sul suo stato di salute, della terapia o intervento chirurgico che gli si propone, e degli eventuali danni collaterali che potrebbero perpetuare nel tempo sulla persona e sulla psiche.
Dovranno inoltre essere elencate terapie alternative ugualmente efficaci.
Solo in caso di assoluta urgenza è sufficiente un informazione sommaria e superficiale ai fini del trattamento medico-pratico.
Già nel 1997 la Corte di Cassazione ha con chiarezza ritenuto che il medico deve sempre informare il paziente non solo di tutti i benefici che l'intervento a cui vuole sottoporlo, potrà portargli, ma anche tutti i possibili rischi che ne sono connessi. Anche negli anni seguenti ha consacrato il principio , è categorica nel ritenere essenziale un consenso del paziente prestato con perfetta conoscenza di tutto quello che l'intervento, ma la stessa valenza hanno anche per le pratiche non interventistiche, potrà procurargli anche in relazione a tecniche operative alternative ugualmente utilizzabili.
E' necessario dare il giusto valore al consenso informato, che come atto autonomo con valenza giuridica, non formalizzato in una precisa norma giuridica ma è diventato ormai un preambolo indispensabile per ogni attività terapeutica, intervento chirurgico o attività medico-sperimentale.
Per essere completa ed esaustiva, l'informazione deve evidenziare tutti quei rischi specifici che si presentano ogni volta che si può scegliere su comportamenti alternativi e deve essere fornita dal sanitario in modo tale che il paziente sia posto in grado di effettuare la propria scelta con una scelta con una cosciente valutazione dei rischi e dei corrispondenti vantaggi.
Modalità e tempi di esecuzione rimangono nella sfera delle scelte praticabili dal sanitario il quale attingerò nelle dovute valutazioni alla propria preparazione ed esperienza professionale attenendosi a tutte quelle norme di deontologia professionale che sono comuni nel codice di deontologia medica,
La Corte ribadisce che il consenso del paziente è una sua indiscutibile potestà e che, per essere validamente prestato, richiede una corretta informazione preliminare che delinei con chiarezza non solo i benefici della prestazione sanitaria ma anche tutti io reali rischi , anche se minimi.
L'informazione dovrà sempre essere data in termini di facile comprensione tenendo conto del livello culturale del paziente e della sua effettiva capacità di discernere tra i benefici e i rischi di quello che gli viene descritto e praticato.
Il consenso deve pervenire direttamente dal paziente , così come a lui personalmente deve essere fornita un'esaudiente ed esaustiva informazione, il pervenuto assenso dei famigliari non ha valore giuridico
Anzi informando terzi, anche se famigliari stretti, senza preventiva autorizzazione del paziente si viene meno al basilare principio di riservatezza, violando il segreto professionale sancito dal Codice Penale.
COME FARE PER I INORI E GLI INCAPACI?
Un paziente minorenne, ovvero di età al disotto dei diciotto anni, è come tale,in forma di legge, privo di esprimere autonomamente il proprio consenso, al suo posto dovranno esserci i genitori che, normalmente ne hanno piena rappresentanza legale. Nel caso questi ultimi mancassero o non avessero rappresentanza legale, tale potere è devoluto al tutore che un'Autorità giudiziaria avrà nominato. E' bene non dimenticare che ,in relazione all'età e alla reale capacità di intendimento è doveroso con tutte le cautele del caso, fornirgli almeno le più elementari informazioni sui trattamenti cui viene sottoposto.
Ed è proprio nella tutela delle persone che non hanno capacità di dare consenso che la Convenzione prevede inderogabilmente che il parere del giovane paziente dovrà essere considerato come un elemento determinante in funzione all'età e del suo livello di maturità
Un eventuale dissenso di un minore che appaia sensato in relazione al suo reale stato ed evidente stato di maturità , dovrà essere ritenuto vincolante e quindi non sarò possibile praticare la terapia o eseguire l'operazione chirurgica.
Se si deve intervenire su un soggetto maggiorenne , affetto ad grave patologia o tara mentale, per legge, o per un provvedimento dell'Autorità Giudiziari, incapace di acconsentire a un trattamento farmacologico e/o chirurgico, questo non potrà mai essere praticato senza il preventivo assenso dell'Autorità (giudice) o di una persona organismo appositamente designato.
In tutti i casi l'autorizzazione del soggetto terzo che esercita la dovuta autorità sul minore o sul soggetto incapace può sempre e in qualunque momento essere revocata nell'interesse della persona in causa.
QUANDO SI PUO' INTERVENIRE ANCHE SENZA CONSENSO INFORMATO? intervenire in situazione di urgenza, oppure è il paziente chiaramente non capace di comprendere la situazione e di conseguenza incapace di fornire un corretto consenso nelle forme fino ad ora illustrate.
La convenzione di Orviedo e il Codice di deontologia medica prevedono che, in situazioni di urgenza, il trattamento sanitario può comunque essere praticato su una persona incapace di fornire il proprio consenso, ma in questo caso è indispensabile che il trattamento garantisca al paziente incapace, immediato beneficio e che tale presupposto sia documentabile.
Non sempre il medico è in grado di chiedere il consenso al soggetto sul quale deve
Quindi, quando a causa di una situazione di urgenza obiettiva, non è possibile ottenere nelle forme appropriate il consenso del soggetto interessato, si potrà ugualmente praticare ogni tipo di trattamento ritenuto necessario dal punto di vista sanitario per la salute dell'interessato. Nell'articolo 9 della Convenzione di Orviedo viene prevista la possibilità di prendere in considerazione eventuali manifestazioni di volontà espresse in precedenza dal paziente in ordine ai trattamenti sanitari che dovessero essere eseguiti in un futuro in cui la persona stessa non possa prestare il proprio consenso.
TRATTAMENTO SANITARIO OBBLIGATORIO (TSO).
Nei casi in cui il paziente si trovi nella materiale impossibilità di manifestare un assenso o un dissenso al trattamento, in alcune situazioni espressamente previste da leggi dello Stato, possono essere disposti dall'Autorità sanitaria, accertamenti e trattamenti sanitari obbligatori, TSO, secondo l'articolo 32 della Costituzione nel rispetto della dignità della persona e dei diritti civili e politici, compreso la libera scelta del medico e del luogo di cura.
Gli accertamenti sanitari obbligatori sono disposti con provvedimenti del sindaco nella sua qualità di Autorità sanitaria, su proposta motivata di un medico.
Gli accertamenti e i trattamenti sanitari obbligatori sono attuati da presidi e dai esercizi sanitari pubblici territoriali e ove necessario. La degenza nelle strutture ospedaliere pubbliche io convenzionate.
Tali accertamenti trattamenti sanitari a carattere di obbligatorietà devono per essere accompagnati da idonee iniziative rivolte ad assicurare egualmente il consenso e al partecipazione da parte di vi è obbligato.
Secondo la normativa regolamentatrice dei trattamenti sanitari obbligatori , l'unità sanitaria locale dove il tso deve seguirsi ha preciso onere di operare al fine di ridurre il ricorso ai suddetti trattamenti, sviluppando iniziative di prevenzione e di educazione sanitaria e i rapporti organici tra servizi e comunità.
Sulle richieste di revoca o modifica, il sindaco decide entro i dieci giorni successivi alla presentazione della richiesta.
COME IMPOSTARE CORRETTAMENTE UN CONSENSO INFORMATO.
Per il nostro ordinamento nazionale solo in poche e bene individuate occasioni il consenso informato è espressamente richiesto in forma scritta.
I casi sono:
  • Trasfusioni di sangue dove viene espressamente richiesto il consenso in forma scritta alla donazione e al trattamento dei dati personali, avente oggetto i protocolli per l'accertamento dell'idoneità del donatore. Il consenso informato è richiesto per qualunque tipo di donazione: sangue intero, emocomponenti, cellule staminali, o cordionale.
  • In materia di analisi per accertare l'infezione ad HIV, nessuno può esser sottoposto, senza il suo consenso, ad analisi intendenti ad accertare l'infezione da HIV, se non per motivi di necessità clinica nel suo interesse.
  • In tema di trapianto.
  • Somministrazione di emocomponenti e/o emoderivati.
  • Sperimentazione di farmaci
  • Terapie con radiazioni ionizzaznti.
Ogni nosocomio predispone di una modulistica predisposte su indicazioni delle direttive sanitarie o utilizzando quelle delle varie associazioni di categorie mediche
COSA FARE IN PRATICA?
L'informazione deve essere data dal medico che ha in cura il paziente, ma la stessa delega spetta ad ogni assistente, infermiere, e/o operatore, edotti sullo stato di salute del soggetto, e sulla terapia o tipo di intervento cui deve essere sottoposto.
Il linguaggio utilizzato nelle forme orali e quello riportato sul modulo scritto deve essere più pratico possibile, non tecnico, e deve essere comprensibile per il paziente o per i suoi rappresentanti legali.
Deve esserci chiara ed evidente capacità di intendere e volere del soggetto interessato al trattamento.
Quando si raccoglie il consenso per un minore deve essere presente la firma di entrambi i genitori, ed è necessario l'assenso di entrambi.
Anche se divorziati o separati la potestà sul figlio rimane sempre congiunta e le decisioni per i figli sono adottate da entrambi i coniugi.
Non dare informazioni che possano indurre il paziente ad esonerare i sanitari o la struttura dove è ricoverato.
Il sanitario deve dare un informazione con completezza, inclusi i rischi e le informazioni sulle possibili conseguenze negative.
E' necessario dare una risposta soddisfacente ad ogni domanda posta.
Il modulo del consenso informato va firmato ed data, dal paziente prima del trattamento,se non è in grado di leggere è opportuno un testimone imparziale presente per l'intero colloquio.
Non risulta che siano mai state predisposte tra gli operatori sanitari, delle vere e proprie linee guida per l'impostazione del corretto modo di esporre la documentazione informativa del consenso informato.
Richiamandosi all'esperienza della formulazione dei consensi informati nell'attività sperimentale di ricerca, non esiste una specifica normativa, ma, anche al livello delle direttive dell'Unione europea, si possono tracciare delle indicazioni operative sul possibile contenuto da fornire per una corretta informazione dell'paziente.
L'informazione dove pertanto sempre essere fornita anche dei seguenti punti:
  • sullo scopo del trattamento sanitario e/o esami clinici proposti;
  • sulla natura dei/l trattamento/i a cui verrà sottoposto;
  • sulle procedure clinico-terapeutiche che dovranno essere eseguite indicando in particolare se e quali procedure invasive dovrà subire;
  • sui comportamenti che il paziente deve tenere nel corso del trattamento della fase diagnostica;
  • su quali aspetti del trattamento siano eventualmente da considerarsi rudimentali;
  • su quali rischi e/o inconvenienti prevedibili per il paziente, se corre nel caso specifico, per l'embrione, il feto, o il neonato;
  • sui benefici che sono ragionevolmente da aspettarsi,
  • che il paziente nel caso incorra in un suo legale rappresentante, verrà costantemente informato sul suo stato di salute;
  • sulla persona o sulle persone da contattate per informazioni ulteriori;
  • sui possibili rischi derivanti dall'interruzione, su decisione del paziente, del trattamento;
  • su quali siano le ulteriori terapie e diete che possono essere eseguite in concomitanza del trattamento;
  • ricordare sempre che il livello del linguaggio deve essere all'altezza del livello di comprensione del paziente, a cui va dato un certo lasso di tempo per prendere una decisione.
DOVERE DELLA RISERVATEZZA.
Il consenso informato rivela dati attinenti al sfera privata del paziente che sono qualificabili, in base alle vigenti norme sulla privacy, come atti sensibili in quanto per loro natura idonei a rivelare lo stato di salute, caratteri genetici e sessuali del soggetto.
Un eventuale illecito di questi atti può portare a rispondere dinnanzi al Giudice penale del reato di rivelazione e utilizzazione dei segreti di ufficio, pena da sei mesi ad tre anni di reclusione, qualora sia provata la volontarietà del danno e il comportamento colposo, oppure la rivelazione del segreto professionale.
IL CONSENSO E LA CARTELLA CLINICA.
La cartella clinica si può considerare come il diario clinico del soggetto ricoverato, che accoglie in modo organico e funzionale le informazioni attinenti. E' classificata a tutti gli effetti come un atto pubblico e deve essere redatta chiaramente, con puntualità e diligenza, nel rispetto delle regole della buona clinica e contenere ogni dato relativo alla condizione patologica e al suo decorso, le attività diagnostico/terapeutiche praticate.
Vanno conservate inoltre tutte le dichiarazioni di volontà dell'assistito, ivi compresa l'auto dimissione contro il parere medico. In alcuni casi, come abbiamo detto, alcuni consensi vanno redatti obbligatoriamente in forma scritta e conservati allegati alla cartella clinica.
Il consenso scritto da allegare, secondo le linee guida della Regione Lombardia, andrebbe richiesti in caso di:
  • atti chirurgici;
  • alcune procedure diagnostiche /terapeutiche invasive;
  • trattamenti oncologici radio/chemio/immunoterapia;
  • RMN, trattamenti con radiazioni ionizzanti;
  • trattamenti determinati da perdita temporanea o definitiva della capacità procreatica;
  • trattamenti psichiatrici di ampio impegno;
  • prescrizione di medicinale al di fuori delle indicazioni ministeriali.


A fine primario della piena “umanizzazione di rapporti tra medico e paziente” a cui aspira la società attuale, sono satti proposti otto punti che designano bene una specie di protocollo su come informare il paziente e richiedere il suo consenso al trattamento sanitario che si intende praticare.

  1. In caso di malattie importanti e procedimenti diagnostici e terapeutici prolungati, il rapporto curante-paziente non può essere limitato a un unico, fugace incontro.
  2. Il curante deve possedere sufficienti doti di psicologia tali da consentirgli e comprendere la personalità del paziente e sua situazione ambientale, per regolare il comportamento da adottare per fornire le informazioni.
  3. Le informazioni, se rivestono carattere tale da poter procurare preoccupazione e sofferenze particolari, dovranno essere fornite con circospezione usando termini non traumatizzanti e sempre correlate da elementi atti a lasciare speranza , anche se difficile, di possibilità di successo.
  4. Le informazioni relative al programma diagnostico terapeutico dovranno essere complete e veritiere, ma limitate a quegli elementi che il paziente è in grado di recepire e accettare, evitando precisazioni sui dati, che interessano il trattamento. Il paziente dovrà essere sempre,in grado di esercitare i propri diritti, e di informarsi rispetto alle alternative che gli vengono poste.
  5. La responsabilità di informare il paziente grava sul primario, nella struttura pubblica, e su chiunque abbia il compito di eseguire e coordinare procedure diagnostiche e terapeutiche.
  6. La richiesta di famigliari di fornire al paziente informazioni non veritiere non è vincolante. Il medico ha diritto di dare al paziente tute le informazioni che ritiene necessarie.
  7. Il consenso in forma scritta è dovere morale in tutti i casi in cui la particolarità delle prestazioni diagnostiche e terapeutiche, si renda opportuno una manifestazione inequivoca e documentata della volontà del paziente.
  8. La richiesta del consenso informato in forma scritta è anche un dovere morale del medico. Nel caso il paziente incapace legalmente o di fatto, nell'ipotesi del punto 7, nei confronti di chi ne eserciti la tutela, o abbia vincoli famigliari che giustificano la responsabilità e il potere di conoscere e decidere, fermo restando che in caso di pericolo per la salute del paziente il medico può praticare i poteri che gli spettano. 

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Alessia Pozzi